Vivere di musica: le cose che non si vedono

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Vivere di musica: le cose che non si vedono | Matthew S
Vivere di musica: le cose che non si vedono | Matthew S

Chi mi segue vede il risultato. Un brano su Spotify, il video di un live, una foto dal palco, una collaborazione con un marchio di strumenti. Sono cose vere, ma sono l’ultimo pezzo di una catena molto più lunga. E quasi sempre sono anche la parte più breve.

Da oltre quindici anni provo a costruirmi un lavoro intorno alla musica. Se dovessi dire cosa occupa davvero le mie giornate, risponderei: le cose che non si vedono.

Questo articolo parla di quelle. Non lo scrivo per lamentarmi e nemmeno per fare il romantico. Credo semplicemente che raccontarle sia più onesto di un’altra foto ben riuscita.

C’è anche un altro motivo. Tante persone che iniziano a produrre mi chiedono come si fa. La risposta vera, per me, sta quasi tutta qui, nelle parti che nessuno fotografa.

Le ore in cui non esce niente

C’è una cosa che nessuno ti dice quando cominci: la maggior parte del tempo in studio non produci niente di buono.
Accendo il computer e apro Ableton, che uso da più di vent’anni ed è ormai quasi un’estensione della mano. Carico un paio di suoni e parto. A volte in mezz’ora ho un’idea che mi convince. Più spesso passo tre ore intorno a un loop di quattro battute che la sera stessa finisce nel cestino.
All’inizio questi pomeriggi mi facevano paura. Pensavo che l’ispirazione fosse una specie di serbatoio e che, prima o poi, il mio si sarebbe svuotato.
Con gli anni ho capito che non funziona così. Ci sono giornate in cui lavori senza arrivare da nessuna parte. Non significa necessariamente che hai perso qualcosa. Significa che oggi è andata così.

Adesso, se dopo un po’ mi accorgo che sto continuando a girare intorno alla stessa idea, cambio attività. Sistemo i campioni, riascolto vecchi progetti, esco a camminare. Non è un metodo infallibile, ma almeno mi evita di passare il resto della giornata a pensare che non so più fare musica.
Le idee buone, poi, arrivano spesso quando non le stai cercando. Mentre guido, sotto la doccia, mentre sto parlando di tutt’altro con qualcuno.
Per questo il telefono è pieno di note vocali con melodie canticchiate male e ritmi battuti sul tavolo. Nove su dieci non diventeranno mai niente. La decima, qualche volta, diventa l’inizio di un brano.

Il punto è che quella decima non arriverebbe senza le nove precedenti.

Le orecchie si stancano

Un’altra parte invisibile del lavoro è la fatica dell’ascolto.

Dopo qualche ora sullo stesso brano le orecchie smettono di essere affidabili. Il basso sembra troppo forte, poi troppo debole, poi di nuovo troppo forte. Alzi il volume senza accorgertene e tutto ti sembra più bello di com’è.

È in quei momenti che si fanno gli errori peggiori. Quelli che il giorno dopo ti fanno riaprire il progetto e pensare: cosa stavo facendo?

Negli anni ho imparato a fidarmi più delle pause che del mio giudizio a fine giornata.

Chiudo il progetto e lo riascolto la mattina dopo, con le orecchie fresche. Poi in macchina, poi nelle cuffie economiche, poi dal telefono.

Ogni ascolto mette in evidenza qualcosa di diverso. Un basso che non si sente abbastanza. Una voce troppo avanti. Un suono che sembrava fondamentale e invece, fuori dallo studio, non serve a niente.

Sembra tempo perso. In realtà è uno dei modi più semplici che conosco per capire se un brano funziona davvero.

Prima di salire sul palco

Un live dura un’ora, a volte meno. La preparazione può durare settimane.

C’è la parte musicale, ovviamente. Scegliere i brani, riorganizzarli per suonarli davvero invece di premere play, decidere cosa lasciare aperto all’improvvisazione.
Poi c’è tutto il resto.
Controllare ogni cavo. Preparare un piano B nel caso in cui il computer decida di bloccarsi. Caricare la macchina, guidare, arrivare, montare tutto, fare il soundcheck in un locale ancora vuoto, con le sedie sopra i tavoli.
E poi c’è l’attesa.
Quella mezz’ora prima di suonare in cui non puoi più cambiare niente e ti resta solo da stare lì.
Dopo tanti anni l’agitazione è diversa da quella degli inizi, ma non è sparita. E credo che non debba sparire del tutto. Se sono ancora un po’ agitato prima di un live significa che mi importa ancora.
Poi c’è il dopo.
Smontare, ricaricare tutto, salutare, guidare di notte con le orecchie che fischiano ancora un po’ e l’adrenalina che scende lentamente.
Si torna a casa tardi e, il giorno dopo, si ricomincia.
Quando il live va bene, nessuno pensa ai cavi.
Ed è giusto così.

Il silenzio dopo un’uscita

Questa è forse la parte di cui si parla meno.
Lavori a un brano per mesi. Lo mixi, lo rifai, lo fai ascoltare a due o tre persone di cui ti fidi, lo consegni.
Prepari i contenuti, scegli la data, lo pubblichi.
Per un giorno o due arrivano messaggi, condivisioni, qualche commento. Poi il flusso rallenta e, nel giro di una settimana, quel brano è diventato uno dei tanti.
Non è una tragedia. È semplicemente il modo in cui funzionano le piattaforme.
La prima volta, però, mi ha spiazzato.
Ti aspetti che qualcosa cambi e invece il lunedì mattina è un lunedì come gli altri.
Ho imparato a separare due cose: il valore che un brano ha per me e i numeri che fa.
A volte coincidono. Molto spesso no.
Alcuni dei pezzi a cui tengo di più sono passati quasi inosservati. Altri, magari nati quasi per caso, hanno avuto molta più attenzione.
Va bene così.
Un brano non smette di avere valore perché lo hanno ascoltato in pochi. E ogni pezzo, anche quello che non trova il suo pubblico, mi porta comunque da qualche parte.

Vivere di musica vuol dire anche aprire le email

Se dovessi fare un conto onesto, una parte enorme del mio tempo non la passo a fare musica.
La passo davanti a un computer, ma con altre finestre aperte.
Email da scrivere e a cui rispondere. Preventivi, contratti, fatture. Calendari da incastrare tra lezioni, date e consegne.
Poi ci sono i contenuti per i social: pensarli, registrarli, montarli, scrivere il testo, pubblicarli. Ormai sono quasi un secondo lavoro.
Nessuno ti insegna tutto questo quando decidi di fare il producer.
Eppure una parte del mestiere è proprio questa: trovare concerti, parlare con le persone, mandare proposte, rispondere alle richieste, organizzare una giornata, inseguire una fattura, capire come promuovere un’uscita.
All’inizio lo vivevo come tempo sottratto alla musica. Oggi ho smesso di considerarlo separato.

Fa parte del lavoro.

Non è necessariamente la parte che preferisco, ma senza di questa molte delle cose che faccio sul piano artistico semplicemente non succederebbero.

Insegnare significa capire quello che fai d’istinto

Da anni insegno produzione musicale con Ableton Live.
Anche questa è una parte del mio lavoro che si vede poco, perché succede in un’aula e non su un palco.
Insegnare mi ha costretto a fare una cosa che all’inizio trovavo difficile: spiegare a parole gesti che faccio da vent’anni senza pensarci.
Perché scelgo quel suono?
Perché questo brano funziona e l’altro no?

Per rispondere a uno studente devo prima rispondere a me stesso.
E quasi ogni volta scopro qualcosa che non sapevo di sapere.
Poi ci sono le lezioni da preparare, gli esercizi, i progetti degli studenti da ascoltare. Devi fermarti, capire cosa non funziona e trovare un modo per spiegarlo senza fare tutto al posto loro.
È tempo che non finisce in nessuna playlist e che difficilmente qualcuno vede.
Ma è anche uno dei modi attraverso cui sono cresciuto di più come musicista.

Vivere di musica in Italia

Qui devo essere sincero: per me vivere di musica non ha mai significato vivere soltanto di dischi.
Ha significato tenere insieme tante cose.
Le produzioni e i live, certo. Ma anche l’insegnamento, il sound design, le collaborazioni con aziende che costruiscono strumenti, i progetti legati all’inclusione e al sociale, la scrittura, un libro.
Da fuori può sembrare dispersivo.
Da dentro è il modo che ho trovato per continuare a fare questo lavoro senza dover scegliere una sola definizione di me stesso.
In Italia, soprattutto fuori dai grandi circuiti, non è sempre semplice. Gli spazi sono pochi e spesso lontani tra loro. E c’è ancora chi guarda con un certo sospetto chi fa musica elettronica con un computer, come se usare una macchina rendesse automaticamente meno musicale quello che fai.
Però vedo anche cose molto diverse.

Nelle mie classi incontro ragazzi che hanno idee e possibilità che alla loro età io non avevo. Gli strumenti sono cambiati, la tecnologia ha abbassato moltissime barriere e oggi puoi iniziare a produrre musica praticamente ovunque.
Il mestiere è cambiato e continuerà a cambiare.
Io ho smesso da tempo di aspettare che qualcuno mi costruisca una strada già pronta.

Perché continuo

Me lo chiedo anch’io, soprattutto nelle settimane storte.
La risposta non è particolarmente grandiosa.
Continuo perché ci sono ancora momenti, rari, in cui un suono fa esattamente quello che avevo in testa.
Perché uno studente mi manda un suo brano e sento che ha capito qualcosa.
Perché dopo un live qualcuno viene a dirmi una frase che mi porto a casa.
Sono momenti piccoli.
E, in fondo, anche loro non si vedono.

Ma sono quelli che tengono in piedi tutto il resto.